mercoledì 28 aprile 2010

camera chiara

/..La tale fotografia che io distinguo dalle altre e che amo non ha nulla del punto lucente che oscilla davanti agli occhi e che fa dondolare la testa; ciò che essa produce in me è esattamente il contrario dell’ebetudine; essa è piuttosto un’agitazione interiore , una festa , un lavorio se vogliamo, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi. E allora? Chiamarla interesse? E poco; per enumerare le ragioni diverse che ci possono spingere a provare interesse per una data fotografia , non ho bisogno d’interrogare la mia emozione ; si può: sia desiderare l’oggetto, il paesaggio, il corpo che essa raffigura ; sia amare o aver amato l’essere che essa ci fa riconoscere ; sia restare meravigliati da ciò che si vede; sia ammirare o mettere in discussione la prova del fotografo, ecc.; questi interessi sono però vaghi, eterogenei, la tale foto può interessarmi solo superficialmente; e se invece la talalatra m’interessa profondamente , allora vorrei sapere cosa, in quella foto, fa fare tilt dentro di me. Mi pareva cosi che la parola giusta per designare (provvisoriamente) l’attrattiva che certe foto esercitano su di me fosse avventura. La tale foto mi avviene , la talaltra no.
Il principio di avventura mi permette di fare esistere la fotografia. Viceversa, senza avventura, niente foto. Cito Sartre :
“ Le fotografie del giornale possono benissimo “non dirmi niente”, vale a dire possono guardarle senza fare posizioni di esistenza. Allora le persone di cui guardo la fotografia sono bensì raggiunte attraverso di essa , ma senza posizione esistenziale, esattamente come il cavaliere e la morte di Durer, senza però che li ponga. Possono, dall’altra parte, esserci casi in cui la fotografia mi lascia in una tale indifferenza che non effettuo nemmeno la “messa in immagine” . La fotografia è vagamente costituita in oggetto, e i personaggi che vi figurano sono bensi costituiti in personaggi, ma soltanto a causa della loro somiglianza con essere umani , senza intenzionalità particolare. Fluttuano fra la riva della percezione, quella del segno e quella dell’immagine, senza mai approdare ad alcuna.”
In questo deprimente deserto , tutt’a un tratto la tale foto mi avviene; essa mi anima e io la animo.
Ecco dunque come devo chiamare l’attrattiva che la fa esistere : animazione. In sé, la foto non è affatto animata (io non credo alle foto “vive”), però essa si anima: e questo è appunto ciò che fa ogni avventura.../

"la camera chiara" di roland barthes

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